
Gradini, ancora gradini, i “suoi” gradini. Lentamente saliva quelle scale che conosceva fin da piccola; lì viveva con la sua famiglia dalla nascita e lì sapeva che avrebbe vissuto per il resto della sua vita perché quel palazzo, chiamato Casa Pasqualati, era la sua casa.
Arrivata al quarto piano si fermò davanti alla porta e picchiò forte sul battente. Colpi forti, violenti e ripetuti, a sovrastare la melodia che aveva sentito fin dal primo piano mentre saliva e che adesso, lì sul pianerottolo, si avvertiva distintamente provenire dall’interno dell’appartamento.
Il Maestro come al solito non rispondeva; come accadeva tutte le volte che sia la cameriera che il suo segretario non c’erano. Brigitte la cameriera le aveva detto mezz’ora prima che sarebbe andata al mercato rionale, mentre il segretario l’aveva visto incamminarsi di buon mattino verso l’Hofburg dove si recava quasi ogni giorno.
Che strano uomo il Maestro - pensò tra sé mentre nuovamente picchiava con forza il battente contro la porta - certo assai bravo, ma alle volte così scontroso ed assente; forse a causa della sordità.
“Maestro, la carrozza è arrivata” annunciò urlando a gran voce attraverso la porta e continuando a percuoterla.
Dall’interno la musica si interruppe d’un tratto, sostituita da un improvviso silenzio e poi da un fruscio lontano quasi impercettibile per chiunque, ma non per i suoi orecchi abituati a cogliere ogni minimo rumore, soprattutto se proveniva dall’interno del palazzo.
Rimase lì ferma sul pianerottolo in attesa, fissando la porta ancora chiusa; con l’orecchio attento a cogliere ogni più minimo rumore che provenisse dall’interno. In fin dei conti ascoltare facendo finta di nulla faceva parte del suo lavoro di portierato; ascoltare, osservare ed annotare mentalmente ogni movimento di tutti, di chi entrava, di chi usciva e ricordarsi anche le visite che ognuno riceveva, per essere sempre informata ed anche, alla bisogna, per informare chi di dovere.
E quest’uomo così celebre venendo ad abitare lì aveva alterato la vita di tutto il palazzo, aveva aumentato il via vai. Certo un via vai di persone importanti, ma quanto lavoro in più era arrivato per lei. Adesso, quasi ogni giorno, doveva pulire il cortile antistante, lavare l’androne, spolverare il portone d’accesso e lucidarlo, mentre prima - almeno da quanto le aveva sempre detto sua madre – queste incombenze si rendevano necessarie, al massimo, ogni due o tre settimane. Insomma, da quando il Maestro era venuto ad abitare lì, oltre sei anni prima, tutto il lavoro era aumentato. Poi, come se non bastasse tutti, ma proprio tutti, dai vicini sino alle cameriere e perfino i vetturini o anche semplici passanti, la interpellavano volendo sapere del grande compositore, cosa faceva, chi incontrava, cosa mangiava, come si vestiva, se suonava sino a tarda notte … una vera scocciatura; non era mai lasciata un minuto in pace nella sua guardiola. Certo molti ospiti del Maestro - soprattutto le Signore - le lasciavano mance generose quando lei si occupava di cercargli le carrozze in particolare a tarda sera, ma onestamente ne avrebbe fatto anche a meno, perché per ogni carrozza che arrivava e partiva c’era sempre più sporcizia da togliere nel cortile ed anche dentro l’androne; soprattutto quella assai puzzolente lasciata dai cavalli. E poi, come se non bastasse, d’estate doveva tenere ben umido il selciato antistante l’entrata del palazzo e d’inverno spazzare la neve non solo dinanzi al portone – come gli aveva insegnato sua madre – ma su tutto il piazzale là dove sostavano le carrozze a doppio tiro in attesa degli ospiti del Maestro, arrivando a pulire fin quasi davanti all’entrata del palazzo accanto; perché il vecchio Gerd - che lì faceva il portiere - non ne voleva proprio sapere di andare a pulire oltre l’androne antistante la sua guardiola. Toccava quindi a lei curare che tutto fosse in ordine. Ne andava del buon nome del palazzo e soprattutto di lei e della sua famiglia.
La porta che si apriva lentamente la ridestò da quei pensieri e – come sempre – sfoggiò il suo miglior sorriso di circostanza mentre il Maestro apparve sulla soglia dell’appartamento con lo sguardo un po’ assente.
“La carrozza è arrivata ed è davanti al portone Maestro, sono venuta ad informarla” disse scandendo bene le parole ed a voce alta.
Lui annuì. Aveva capito, pensò lei tra sé.
“Quando vuole può scendere. Ha bisogno di qualcosa?” gli chiese, sapendo che non avrebbe ricevuto, come sempre, alcuna risposta.
Lui, abbozzando un mezzo sorriso, annuì. Almeno aveva compreso si disse lei.
Sul fondo dell’appartamento dietro le spalle del Maestro intravide il salotto ed il pianoforte a coda con gli spartiti sparsi qua e là per la stanza. Una confusione che lei non poteva tollerare in casa sua, ma d'altronde sapeva che i compositori erano tutti, senza eccezione, disordinati. Glielo aveva riferito anche la sua amica Gertrude che frequentava lo stesso fornaio vicino al Naschmarkt dove andava la portiera di quel tal Schubert.
Salutò con garbo il Maestro e si girò per tornare in fretta giù, quando d’improvviso sentì la voce di lui che la interpellava: “Mi scusi signorina…”
“Si” rispose guardandolo anche un po’ stupita, perché raramente le aveva rivolto la parola a causa della sordità che lo rendeva schivo ed introverso.
“Posso chiederle il suo nome?” le disse.
“Elisa, Signor Beethoven, Elisa Steiner … per servirla” - rispose - accennando un breve inchino.
“La ringrazio molto... Elisa … E’ proprio un bel nome – mormorò tra sé il Maestro – delicato e soprattutto musicale … Sì! E’ perfetto.”
“La ringrazio - continuò lui - dica al cocchiere in strada che arrivo subito. Adesso ho davvero finito.”
“Sa talvolta - riprese - un nome è quanto di più difficile ci sia da trovare.”
Ed in fretta si girò e rientrò nell’appartamento lasciando la porta aperta.
Lei lo vide che raggiungeva il pianoforte ed annotava qualcosa, un breve appunto, sullo spartito.
“Che tipo!” mormorò tra sé mentre scendeva le scale “sono più di sei anni che vive qui e solo ora chiede il mio nome.”
Uscita dal portone disse al cocchiere che il Maestro sarebbe arrivato subito e quindi si mise a spazzare l’androne con l’abituale misurata lentezza, simile ad un animale che delimita e controlla il proprio territorio.
Poco dopo lui arrivò, attraversò in fretta l’androne e senza nemmeno degnarla di un saluto salì sulla carrozza che partì subito in direzione dell’Hofburg.
Sotto braccio notò che aveva con sé una cartellina da cui sporgevano alcuni spartiti, quasi certamente quelli che aveva notato poco prima dentro l’appartamento.
Quei fogli bianchi da cui certo uscivano, a volte, melodie molto belle e che in molti suscitavano grandissima ammirazione, ma che a lei non erano mai interessate molto.
Quella musica le sembrava infatti troppo raffinata; era il tipo di musica nella quale si dilettavano i ricchi, sua Maestà e quasi l’intera aristocrazia perché non avevano altro da fare - pensava - mentre a lei non avrebbe mai dato da vivere.



... e questa immagine è per me perchè oggi è il mio compleanno ...
La vita ci piomba addosso all'improvviso
senza che noi sappiamo come gestirla.
... un saluto a Giovanni1984 che mi ha segnalato questo mio pensiero che avevo lasciato nel suo blog; magari sarà di stimolo a qualcun'altro...
Un mio amico ha scritto:
"Chi ha mai valutato un'amicizia
da quanto volte riesce a vedere il proprio amico"
* * *
Un caro saluto a Te G. alias... alias ... alias ...
viaggiatore solitario del tempo

Oggi compie un anno questo mio diario virtuale questa mia raccolta di scritti,
da cui osservo me stesso, oltre che il mondo.
Solo questo per ricordarlo.

Il tonfo sordo della sacca sul pavimento distolse definitivamente la sua attenzione dalle cosce della ragazza bionda che rideva parlando al tipo atletico appoggiato vicino alla porta di ingresso dell'aula di fisica e dai sorrisetti ammiccanti che i due si scambiavano e che non facevano che aumentare la sua rabbia.
Dopo averla appoggiata al suolo pensò che era stata una bella fatica portarla attraverso tutto il Campus fin lì, ma ogni macchina doveva essere lasciata nei parcheggi all'entrata e non si poteva fare eccezioni, neanche per lui e neppure in un giorno speciale come questo.
Su per le scale la cinghia quasi gli aveva segato il palmo della mano da quanto era pesante, così che per un attimo era stato dell'idea di aprirla lì ... e al diavolo tutto quanto. Ma sarebbe stato goffo e poco divertente e poi non doveva andare così.
Inginocchiatosi tirò lentamente la cerniera della sacca e ne ispezionò il contenuto, anche se l'aveva già fatto una decina di volte da ieri sera, sapendo bene cosa vi avrebbe trovato.
I due piccoli fucili mitragliatori uzi calibro 9 risplendevano sotto le luci al neon del corridoio affascinandolo, come quando due mesi prima li aveva presi in mano per la prima volta togliendoli dalla scatola portatagli a domicilio dal postino. La Beretta calibro 9 invece l'aveva già infilata nella cintura dei jeans e ne sentiva sulla pelle il freddo della canna, ma da lei non si separava più da tempo, era ormai come una seconda pelle.
Accanto ai due fucili mitragliatori uzi vide le quindici scatole di caricatori, il nastro isolante e le venti bombe a mano, queste ultime erano delle sfere nere così rotonde, liscie, regolari, come fossero state gli addobbi scelti dal Diavolo per il proprio albero di Natale.
Si tranquillizzò perché tutto era al suo posto - come immaginava - e richiuse la sacca.
Alzati gli occhi, guardò fuori sul viale attraverso la finestra accanto a lui e per un attimo seguì con lo sguardo una foglia staccarsi dal ramo di una quercia, volteggiare sempre più lentamente nell' aria, come se questa stesse scegliendo con cura dove terminare la sua corsa, per poi posarsi delicatamente ma con estrema grazia al suolo sul marciapiede sottostante, venendo però quasi subito calpestata da due studenti che correvano in fretta per raggiungere un altro padiglione del Campus.
Quegli stronzi non stanno mai attenti a dove mettono i piedi, pensò.
“Ezril!” si sentì chiamare d'improvviso alle sue spalle. Voltandosi incrociò lo sguardo di Elisabeth, la capoclasse, che stava venendo a passi decisi verso di lui con la sua minigonna ed il suo golfino attillato seguita da Bryan, il suo ragazzo, con il suo solito sorriso ebete di chi si sente superiore a tutti solo perché gioca da anni nella squadra di football della scuola.
"Anche oggi non sei venuto a lezione" gli disse con una smorfia Elisabeth fissandolo "il Prof. Whilson ha chiesto di te e ci ha detto di dirti che con questa assenza non puoi più mancare, altrimenti non ti ammetterà neppure all'esame". "Ora che fai ?” continuò “Non vieni neppure alla lezione della Kirloch in aula di chimica?".
Non gli rispose, in silenzio distolse lo sguardo e, sollevata di nuovo la sacca, si allontanò dirigendosi rapido verso la biblioteca in fondo del corridoio, lasciando lì Elisabeth ed il suo ragazzo per un attimo perplessi da quell'atteggiamento, anche perché erano curiosi di sapere come mai quel tipo timido e taciturno, ma apparentemente intelligente, da più di un mese non si fosse più visto al Campus.
Certo che ci vengo in aula di chimica a trovarvi - si disse fra sé Ezril mentre si allontanava - e vedrete poi come si noterà la mia presenza, ma non adesso. Anche voi tra poco avrete finito di dirmi cosa devo o non devo fare.
Percorrendo il corridoio ignorò anche Henry Johansonn - quel biondo “surfista” del cazzo pensò - e il suo amico Michael che anche stavolta, vedendolo, lo apostrofarono ad alta voce prendendolo in giro per il suo abbigliamento, come facevano sempre, anche per farsi notare dagli altri. Ma anche ad essi non prestò attenzione; tanto sapeva che, di lì a poco, li avrebbe incontrati di nuovo giù in sala mensa in compagnia dei loro amici.
L' appuntamento anche con loro era solo rimandato ... chissà - si chiese sorridendo tra sé - se tra una decina di minuti avrebbero ostentato entrambi tutta la loro sicurezza e giovialità.
Loro infatti erano alcuni di quelli per i quali si era riservato un trattamento speciale; con loro avrebbe usato le pallottole “dum dum”, quelle dirompenti, con le quali aveva riempito due interi caricatori, ai quali aveva fatto sopra una segno con la vernice arancione proprio per riconoscerli velocemente nella sacca.
Nulla infatti era lasciato al caso. Nulla doveva andare storto. Tanto è vero che nell'ultimo mese invece di andare a lezione quasi ogni giorno era andato nel bosco dietro casa sua ad allenarsi con le sagome di cartone, alle quali prima sparava alle gambe e poi alle braccia e quindi alla testa, come nel videogioco. Fantasticando di come, dopo una tale sequenza di colpi e prima di finirli, magari li avrebbe anche potuti vedere strisciare a lungo tutti quegli stronzi, godendosi anche stavolta lo spettacolo ... oh sì, proprio come nel videogioco.
Percorso il corridoio, arrivò dinanzi alla porta dei bagni, che era appena prima di quella della biblioteca, si soffermò, l' aprì lentamente, sbirciò all' interno per entrare quindi nella toilette più vicina. Appoggiò la sacca sul water e l'aprì, mentre sentì che qualcuno dietro di lui entrava in fretta e si chiudeva nella toilette alla sua destra.
Con calma, quasi assaporando in modo mistico i gesti, cominciò a fasciare con il nastro isolante a gruppi di due le bombe a mano, appendendole delicatamente ai ganci che aveva predisposto sulla cintura dei pantaloni, così da poterle afferrare con estrema facilità, come aveva già provato da solo a casa. Inserì un caricatore in ciascuno delle mitragliette uzi, mentre con gli altri riempì le tasche del giubbotto e dei pantaloni. Quindi, dopo aver messo il colpo in canna ad entrambi i mitragliatori e tolto la sicura alla Beretta che era già carica, li impugnò.
Era pronto finalmente. Era a un passo dall' inizio, nessuno poteva ormai più fermarlo.
Cosa sarebbe successo dopo non gli interessava, non si era nemmeno posto il problema. Magari sarebbe andato a casa, avrebbe ordinato una pizza e nell'attesa si sarebbe rivisto in tv chiuso su in soffitta per non essere disturbato neppure da sua madre, che comunque quella sera era a lavoro in ospedale ed aveva il turno fino a tardi.
Sentì che chi era entrato poco prima nella toilette alla sua destra ne stava uscendo, aspettò dei lunghi secondi che quel qualcuno si fosse avvicinato ai lavabi, che avesse aperto e richiuso l'acqua e poi spalancò con un calcio violento la porta.
Dicono che i primi ricordi di un avvenimento nuovo ed emozionante che ti accade sono sempre quelli che ti restano più a lungo in mente, una sorta di imprinting emozionale. E gli occhi a mandorla oltre all'espressione, dapprima sorpresa, poi stupefatta ed infine terrorizzata di quell' asiatico del suo compagno di corso dal nome impronunciabile, Xiu Chang Li Chen o qualche merda di nome cinese del genere, furono ciò che in effetti ricordò più a lungo dei momenti successivi.
Dimenticò infatti quasi subito la testa mezza spappolata dello stesso Xiu Cheng Li Chen e la materia cerebrale che ne usciva dopo che lo aveva colpito con due lunghe raffiche.
In cosa era bravo quel tipo? Forse in matematica gli sembrava di ricordare. Sì, era certo così, tutti gli asiatici erano bravi in matematica, magari non erano bravi a difendersi, ma nelle materie scientifiche sapevano cavarsela.
Piuttosto - riflettè preoccupato - quelle due lunghe raffiche solo su quello stronzo di Xiu era stato un inutile spreco di colpi. Uffa! Doveva restare lucido e stare più attento a non esser avventato. Doveva restare calmo e concentrato per non sprecare munizioni inutilmente come nel videogioco, se voleva divertirsi a lungo. Ma era così difficile, perché adesso tutto era così dannatamente bello e reale ...


Io penso
Tu pensi
Egli pensa
... essi dormono.

Piovono parole
che evaporano silenziose.
Incido graffiti incompiuti
che si confondono
grigi
sino a svanire
nel candido vuoto.
Artificiose atmosfere
soffocano
nella palude arida
del mio pensiero.
Scivola via ogni sensazione
fugge lontano
dall' assenza di una emozione
che è assenza di vita.